Si era fatto tardi. Dai buchi delle persiane della mia camera da letto non penetrava ormai più alcuno spiraglio di luce. Fuori nevicava abbondantemente e il piccolo paesino che mi ospitava era, probabilmente, già un’unica superficie completamente bianca. Ormai non avevo più la possibilità di constatare di persona la realtà, inchiodato com’ero al mio letto, nell’attesa della morte. Ma per fortuna non ero diventato ancora così rincitrullito da non ascoltare la bufera che imperversava fuori e da non accorgermi della particolare fretta con cui quella vecchia megera che mi teneva pulita la casa, o almeno avrebbe dovuto, stava raccattando le sue cose.
Sì, si era fatto tardi. La donna era frenetica, agitata: passava da una stanza all’altra senza alcuna pietà o riverenza per me, che ormai non ero altro che un povero moribondo; afferrava avventatamente tutto quanto le apparteneva — e anche quanto non le apparteneva, quella brutta strega! — ma perché poi? In questi sei giorni non aveva mai fatto così. Quando doveva andar via, prendeva soltanto il soprabito e quel detestabile cappellino rosso che avrei giurato portasse anche l’estate e Dio solo sa quanto fosse orrendo, abominevole, disgustoso, decisamente nauseabondo, e sul suo capo, poi! Puah! Ma… per Giove, che aveva in mente quella stupida vecchia? Perché stava raccogliendo tutta la sua roba? Non si era mica licenziata! Ma… ma allora perché diavolo faceva così? Dio mio, doveva essere diventata proprio pazza… Oppure… Un momento! Vuoi vedere che quella femmina decrepita e corrotta fino al midollo stava pensando di aver consumato la sua ultima fatica in questa casa? Perdio. quella credeva che non avrei visto l’alba, quella pazza scatenata pensava che io stessi crepando definitivamente! Sì, si era fatto proprio tardi ed io non la sopportavo più quella maledetta donna. In realtà la ebbi sempre in uggia, fin da quando iniziò a venire qui a casa; anzi, di più: la detestai. Io detestavo tutti gli uomini, tutti gli stupidi, illusi, immorali, irresponsabili uomini di questo mondo maledetto: li detestavo, li odiavo dal profondo del mio cuore, li odiavo con tutta la forza che avevo, con tutto l’odio che riuscivo a concepire o ad immaginare. Non c’era un solo uomo per me degno di vivere. Erano tutti così tranquilli nella loro infelicità o nella loro disperazione e si trastullavano nei rapporti insignificanti: avevano tutti smesso di pretendere amore gli unì dagli altri, di amarsi reciprocamente fino alla gelosia, di amarsi totalmente e veramente. Non c’era più una sola comunione umana inferiore al numero di tre persone e tutti godevano di questo amore universale. “Ma come può un uomo essere così completamente stupido?” mi chiedevo. Credersi soddisfatti e vivere tranquilli mi pareva una assurdità che varcava ampiamente la soglia della pazzia più sfrenata Basta veramente tutta la tranquillità possibile — e già non ne abbiamo mai abbastanza — per essere felici? Proprio questo sentirsi felici quando si è solo tranquilli era l’illusione degli uomini, la loro miseria, per la quale avrebbero dovuto vergognarsi tutti. Non potevo che odiare, dal momento che vivevo, tutto questo genere umano ebbro di insensatezza e ingordo di volgarità!
Quella donna, però, mi sembrava chiaramente l’apoteosi di tutta la cattiveria e la stoltezza umane: un monumento di pazzia indescrivibile, un perfetto riassunto di tutta la sciocchezza del mondo, un epitaffio alla sua malvagità. Aveva un carattere vomitevole: durante questi giorni che visse per buona parte qui con me, non mi chiese una sola volta come stavo. Soltanto mi guardava torva di sottecchi e, mentre consumava ulteriormente la suola delle sue vecchie ciabatte già logore, grugniva e mugugnava, lanciando chissà quali bestemmie contro il piccolo resto della mia maledetta vita. Eh, ma non aveva neppure il coraggio di guardarmi in faccia, quell’essere insignificante disposto a prestare il suo corpo per pochi soldi, quel verme sconsiderato, quell’acida sanguisuga, dimenticata dagli uomini e assimilata a quello straccio che usava per pulire i miei escrementi!
Mi faceva semplicemente schifo il suo volto raggrumato in un palmo di faccia, quelle labbra rattoppate e vomitate all’interno, quelle orecchie enormi come un pachiderma, quel naso storto come il becco ruvido di un’aquila, quegli occhi appena abbozzati e arcigni a mo’ di civetta e quei capelli ispidi e arruffati come le corna di un bove. Quanto odio e disprezzo provavo per quell’essere impudico e scostumato, per quella figura gretta, somma di tutte le brutture umane, senza storia, né passato, né futuro,consumata da un processo di invecchiamento precoce ed inesorabile! “Un essere così impertinente da avere osato venire al mondo!”. Era di una superficialità e di una volgarità insopportabili, eppure, ironia della sorte, ero costretto a passare questi ultimi istanti della mia vita con la persona che odiavo di più al mondo.
E d’altra parte, con chi avrei potuto condividere questo fastidioso momento? Odiavo tutti, non c’era uomo degno di rispetto per me. Il mondo era popolato da un esercito di scimmie tutte impazzite. Creature miserabili! Credenti e non credenti, euforici ed ipocondriaci, malvagi e buoni, indaffarati e nullafacenti, delinquenti ed onesti, famosi ed anonimi, cialtroni e veritieri gli uomini lo erano nell’unità di una stessa persona, tutti, almeno per un solo giorno nella loro vita. E alla fine, che cosa conta dei nostri molteplici destini individuali? A che serve che io sia stato un povero barbone di strada o il presidente di una repubblica? Che importa che io sia stato sempre leale con tutti o se abbia frodato sempre il mio prossimo? Alla fin dei conti, non sono forse stato io tutto questo mille volte, senza sosta, nel corso di tutta la storia? Non sono forse già morto mille volte e altrettante risorto per rimorire ancora? “Vergognatevi, stolti! Ma non capite che tutti siamo uomini per il nostro comune destino, cioè essere trangugiati dai vermi?”. Ma gli uomini non capivano proprio nulla! Che senso poteva avere per me stringere rapporti con loro? Tutti mi consideravano uno fra tanti, uno qualunque e, in fondo, era del tutto indifferente che io esistessi o meno.
Si era fatto tardi. Una goccia precipitava ormai da tempo dalla volta fradicia e picchiava instancabilmente sul pavimento. Questo rumore mi stava facendo scoppiare la povera testa malata quasi quanto quel detestabile picchiettare che faceva la donna con le scarpe che aveva indossato, muovendosi freneticamente qua e là. Non vedevo l’ora che se ne andasse quella vecchia e, in tutta onestà, non riuscivo a nutrire verso di lei pensieri più gentili di quelli che lei provava verso di me o quanto meno a non pensare affatto a lei, a ignorarla del tutto. Anzi, speravo ardentemente che, nell’istante stesso che la punta del suo flaccido e brutto nasaccio avesse valicato la soglia della porta di casa per immettersi in strada, le piombasse proprio in mezzo agli occhi una colossale, gigantesca palla di neve. O quale gaudio avrebbe provato il mio cuore nel saperla finalmente sepolta viva da una montagna crollata tutta su di lei, pietra su pietra! Già, avessi avuto, almeno questa soddisfazione: di avere ancora quel tanto di lucidità necessario per apprendere la notizia della sua fine prima della mia morte. Poi la gioia avrebbe anche potuto strangolarmi le budella e soffocarmi la gola!
Si era fatto tardi. Finalmente mise in testa quel vecchio, logoro cappellino rosso che, quanto a rughe, poteva gareggiare con il suo volto di mummia. Si allontanò, bofonchiando qualcosa come: «Ci vediamo domani», e uscì.
* * *
Rimasi solo.
Mi scoprii, con mia grande sorpresa, come improvvisamente ingoiato nel ventre buio della mia camera da letto. Sul comò posava una pallida candela solcata dalle incrostazioni della cera che colava. Il flebile barlume della fiamma proiettava ombre molto lunghe, che imperavano nella stanza e disegnavano la loro sinistra trama anche sul mio volto. Quella fiamma bruciava inesorabile senza pronunciare il benché minimo crepitio. “Che farò quando la candela sarà completamente consumata? Ah, ma che dico! Ve n’è ancora, passerà la notte… E se non ce la facesse? Se finisse prima dell’alba… Per Giove, resterò al buio? Dovrò stare al buio fino a domattina?!…”.
Ero piuttosto agitato. Cercavo di non pensarci, ma lo sguardo precipitava sempre su quella candela e ogni momento riuscivo a vederla più piccola rispetto all’attimo prima.
“Ma se anche finisse, che mi importerebbe? Dovrò pur dormire stanotte!… Ah, ma che sciocco! Finirà sicuramente quando io sarò bell’e addormentato… Non me ne accorgerò nemmeno!”. D’altra parte, (luci giallo così intenso mi procurava più fastidio del buio totale. Anzi, quasi mi assaliva la tentazione di spegnere la candela con un soffio… “Già, ma come? Sono proprio uno stupido! La candela è troppo lontana”.
Non si udiva nulla. Feci più attenzione e mi misi in ascolto.
Udii l’impeto con il quale soffiava il vento gelido di tramontana. Percuoteva insistentemente la persiana, producendo violente vibrazioni.
“Eh, proprio brutto tempo” pensai rassegnato, mentre cercavo di ficcare gli occhi tra le minuscole fessure per proiettarli fuori. Avvertii quasi le folate gelide insinuarsi tra le molte coperte di lana che mi ero fatto portare e che quella vecchia figlia di puttana — figlia d’arte, s’intende! — aveva sparso confusamente sul letto. Mi rannicchiai avidamente in mezzo a quella coltre. alla ricerca di un tepore più sicuro. Ma mi resi conto che quel letto, costruito evidentemente per ospitare due corpi. era troppo grande e troppo freddo per me, nonostante mi fossi stretto nell’ abbraccio di un ampio scialle di lana e avessi il capo avviluppato in un analogo cappuccio. Faceva troppo freddo e pareva un clima irremovibile, irredimibile. Non mi valsero a nulla né la vestaglia stretta sul pigiama né la sciarpa distesa finanche sulla bocca. Anzi, mi parve piuttosto di soffocare senza avere almeno il beneficio di un sia pur minino calore. Tutto questo perché faceva troppo freddo.
Preferii perciò tirarmi un po’su e, se proprio sarei dovuto morire di freddo, almeno che morissi respirando! Stetti un po’ così sollevato, le braccia incrociate sul petto: mi parve anche di acquistare un certo sollievo, come un fugace benessere… chissà, forse pure una maggiore tranquillità.
Vana illusione! Non tardò ad importunarmi un fastidioso ed impertinente ticchettio… ma… No! Non era uno, erano due!… Ma sì, erano proprio due, li distinguevo. Scossi frequentemente il capo per rintracciare la causa di tanta molestia, ma mi vennero quasi i crampi al collo prima che riuscissi ad individuare i marchingegni, sicuramente due orologi. “Ma è possibile che ci siano due orologi in una stessa stanza?”. La cosa che più mi turbava, ad ogni modo, a parte l’incredibile intensità con cui le lancette picchiavano sul mio cranio, enfatizzando ogni secondo con quell’eco martellante, era la perfetta asimmetria con cui si muoveva tutto quel meccanismo! Voglio dire: neppure la magra consolazione di un ritmo perseguito con la stessa cadenza; ma tra il “tic” e il “tac” del primo orologio si inseriva sincronicamente il “tac” del secondo, che pronunciava il suo “tic” nell’intervallo tra il “tac” e il “tic” del primo. Dio santo, che ossessione!
Dovevo trovare assolutamente qualcosa da fare subito! Ma che poteva fare un uomo costretto al proprio letto e in attesa che suonasse la sua ultima ora? Non Io so, non lo so proprio… accidenti!, perdio! Non lo so! Che avrei potuto fare?! Che avrei dovuto fare?! Ah!…
“Uno specchio! Presto, uno specchio! Devo trovare uno specchio. Voglio vedere come mi sono ridotto, voglio vedere come si riduce una persona che giunge alla fine, voglio vedere il volto di un uomo che sta morendo!”. Mentre pensavo queste cose, mi ero allungato verso il comodino e mi ero messo a rovistare nel tiretto e fra gli oggetti sopra deposti. Provocai solo numerosi urti e forse ruppi anche qualcosa. Poi mi ricordai improvvisamente che ne avevo fatto conservare uno nella parte inferiore. Mi diedi a cercare li dentro con le sole mani; poi provai ad introdurre anche lo sguardo, però era molto buio.
“Se solo potessi prendere quella maledetta candela!” pensai per un attimo come se realmente quella ipotesi fosse realizzabile. Svelata l’illusione, mi immersi nuovamente nella ricerca sfrenata dello specchio. “Ma sì” mi dicevo con il respiro provato “è qui, deve essere qui… me lo ricordo bene… me lo feci portare”. L’indagine proseguì ancora per un po’, ma non sboccò ad una soluzione positiva: lo specchio non c’era. Maledetta vecchia, ancora lei!” bestemmiai in un impeto di collera. Scossi anche drasticamente le braccia, ma questo movimento brusco mi fece cadere pesantemente a terra.
«Ah!» gridai adirato. “E ora come faccio?”. La mia malattia non mi consentiva di muovere più le gambe. Per un momento proruppi rassegnato nella deliberazione di trascorrere la notte in quella posizione. Poi, però, mi feci forza e provai a rimettermi sul letto. Cadendo, avevo trascinato con me buona parte delle coperte. Compii un notevole sforzo per rimettermi sul letto; alla fine, però vi riuscii. Rassettai le coperte e mi immersi nuovamente fra quelle.
Il freddo nudo della terra mi aveva suggerito qualche brivido. Ero appena riuscito-a recuperare un gracile tepore, quando mi ridestai, pensando: “Ho sete”. Mi infastidiva modificare la posizione appena assunta; ma per l’arsura mi si era inaridita la gola. Avvertii un asciutto insopportabile, pareva che persino la lingua fosse paralizzata.
Allungai la mano e afferrai il bicchiere. Era vuoto. Osservai bene il fondo di quel vetro opaco, graffiato e sporco. Provai anche ad inclinarlo, sperando – chissà – in una goccia… Invece quella cavità era più asciutta della mia gola. Deluso, feci per depositare di nuovo il bicchiere sul comodino, ma qualcosa, simile ad un riflesso, recuperò la mia attenzione.
Avvicinai il bicchiere al viso. Scorsi prima piuttosto vagamente una chioma bianca arruffata e tronca in diversi punti. Potei individuare su quella superficie opaca con una pessima approssimazione un volto contratto in un pallore estremamente rugoso e scarno. Gli zigomi sporgevano vistosamente sugli ultimi ciuffi di una barba bianca chiaramente divorata dalla consuetudine del tempo. Rigiravo il bicchiere per provare a chiarire alcuni particolari che mi incuriosivano e cominciai a spazientirmi quando mi accorsi che non riuscivo ad avere altro che una visione confusa ed equivoca.
Il fatto di non poter soddisfare la mia curiosità pungente mi turbava profondamente, soprattutto perché non sapevo quando avrei potuto rivedere il mio volto, anzi neppure se avrei potuto rivederlo. Mi mordevo il cuore, perché mi angustiavano la certezza di tutta la insicurezza della mia vita e il dubbio di ciò che sarebbe potuto accadere. Mai come ora mi sentii così inutile, mai come ora sentii tutta la mancanza di significato della mia vita. Potevo morire da un momento all’altro e nessuno si sarebbe ricordato di me. Da un momento all’altro ci sarebbe potuto essere un uomo in meno sulla faccia della terra e questo pensiero non turbava nessuno, al cospetto di questo fatto tutta la storia restava semplicemente indifferente. “Ma allora” mi dicevo “chi sono io? La mia vita è una cosa qualunque, capitata in un momento qualsiasi e assolutamente non essenziale? Ivia se è cosi. perché essa ha respirato e ancora resiste, sebbene affannosamente? Qual è lo scopo per cui negli anni, fra dolori, gioie, speranze, fallimenti e illusioni, si è consumata questa volgare esistenza? Chi mi ricorderà? Chi avrà il coraggio e la pietà di ricordare me, che non sono neppure stato in grado di amare, di costruire un rapporta valido e sensato? Ah, ma che mi importa del ricordo degli altri! Potrà forse esso riportarmi in vita quando sarò morto? E perché ci tengo tanto a vivere? Chi sono io?”.
Tutte queste domande mi balenarono in un attimo come per una improvvisa illuminazione. Infatti, non potevo non meravigliarmi io, che avevo sempre trascurato il senso della vita, trascinando semplicemente negli anni il peso di questa esistenza. Ma adesso! Ah, adesso…! Sentivo tutto il tempo che fluiva, che si consumava e mi sfuggiva di mano, sentivo di essere giunto ad un punto terminale e non potevo che accorgermi di questo solo quando avessi visto finalmente la fine. “Ed ora, ora essa è qui e… e come è angosciante che tu sappia che ogni secondo sarebbe potuto essere fatale per te! Ah!, ah… ah! Se ci penso impazzisco! Che succederà? Ah, Dio mio, Dio mio! “. Respiravo affannosamente e stringevo i denti. Sentivo il cuore fermarsi per lunghi, interminabili secondi, una volta anche per un minuto intero.., e poi… e poi riprendevo piano, faticosamente, pesantemente… penosamente…
“Ma perché tutta questa angoscia? Non posso mica vivere per sempre! Dovrà pur succedere una buona volta.. .“. Avevo spalancato la bocca per gridare, per invocare il nome di qualcuno — ma sì, avevo paura di lasciare gli altri, ma chi poi? — e invece rimasi soffocato senza riuscire a pronunciare una sola sillaba. “Come, che succederà?” mi chiedevo. “Come me ne accorgerò? Che succederà?”. Provavo ad immaginare che cosa sarebbe successo, come avrei smesso di respirare.. – e poi? E poi?! Non avrei visto più nessuno?! Non avrei avuto più coscienza di niente?! “Che cosa significa tutto questo, Dio mio! Che cosa significa?!”. Rischiavo di impazzire sul serio. Pensai perciò che non valeva la pena tormentarsi in tutti questi pensieri angoscianti. In fondo, non erano forse passati diversi minuti da quando ogni secondo mi era parso l’ultimo? Eppure ero ancora qui! Ma sì, questa consuetudine continuerà a farmi respirare stanotte e domani e domani l’altro! “Non ho mai fatto il filosofo nel corso della mia vita, perché tutte le parole umane sono sciocche e pretenziose. Perché dovrei cambiare ora?”.
Così, per distrarmi, allungai la mano sul comodino, senza neppure guardare cosa cercassi, senza neppure cercare qualcosa di definito. Volevo solo distrarmi, perché mi faceva male la testa, e qualunque cosa per me sarebbe andata bene, nel senso che “una cosa vale l’altra”. Così pensai.
Mi capitò fra le mani una fotografia. Era una vecchia immagine ingiallita nel suo bianco e nero approssimativo; ritraeva un gruppo piuttosto numeroso, tanti piccoli volti posti frontalmente, tutti irrigiditi nell’attimo eterno che li aveva impressionati sulla pellicola.
Guardai dapprima distrattamente quel ritratto, senza prestare molta considerazione né al soggetto raffigurato né alla circostanza. Ma ben presto mi assalì un dubbio ragionevole: “Perché questa foto si trovava sul mio comodino? Questa foto appartiene a me oppure l’ha dimenticata quella stupida donna? No, non può essere della vecchia: perché mai avrebbe dovuto portare con sé una foto e metterla sul mio comodino? No, questa foto deve appartenere a me. Già, ma… perché?”.
Osservai più attentamente quei volti. Erano facce di uomini e di donne di tempi andati; sembravano tutte uguali, perché tutte mi osservavano mute con una implacabile fissità. Mi sentii quasi imbarazzato, pensai subito di essere stato sorpreso, come chi è caduto in fallo e vorrebbe evitare gli sguardi della gente, tutti inquisitori, tutti sospettosi verso di lui — già, ma che colpa avevo mai commesso? Eppure mi sentivo improvvisamente come nudo, povero e indifeso, ne avevo vergogna ed ero incredibilmente a disagio, quasi che all’improvviso fossi stato fatto prigioniero e la mia sorte dipendesse solo dalla volontà del mio nemico: insomma, era come se avessi perso di colpo tutta la mia libertà.
Cominciai ad osservare quei volti uno ad uno e ad incrociare ciascuno sguardo per cercare di svelare la loro identità e per capire che cosa c’entrassero con me. Ma a parte un certo evidente anacronismo nei loro abbigliamenti e una serena malinconia disegnata sul volto di ciascuna di quelle figure, non riuscivo a rintracciare alcun seguo di un eventuale legame per il quale sarebbe stato ragionevole che la foto si trovasse sul mio comodino. Rimasi sconcertato.
“Possibile” mi dissi “che io non ricordi nessuno di questi volti? Chi sono queste persone? Quale di queste appartiene ai miei ricordi, alla mia vita?”.
E mi sforzavo veramente di recuperare fra le mie memorie un sia pur minimo dettaglio che mi avesse consentito di rielaborare una storia, un intreccio valido in cui si sarebbe dovuta innestare anche la mia esistenza. Ma quelle persone erano per me semplicemente estranee.
“Non è possibile, maledizione!” proruppi spazientito. “Se questa foto è in casa mia, ci sarà una ragione!”. Quasi istintivamente allungai la mano verso il comodino, sul quale la sera, usualmente, lasciavo due sigarette, un accendino e un portacenere. Mi piaceva, infatti, fumare prima di addormentarmi e la mattina, appena mi svegliavo. O forse non mi piaceva, però era un’abitudine. In realtà la malattia non mi avrebbe concesso il lusso di fumare, specialmente ora… Ovviamente, però, mandai al diavolo tutte le raccomandazioni sagge, tanto più che queste erano le ultime e, perciò, sembravano in realtà così poco sagge e, soprattutto, così inutili. Così presi una della due sigarette che, in effetti, anche quella sera erano li alloro posto, e l’accesi. Cominciai a fumare, mentre ancora interrogavo quella fotografia.
“Chi sono io?” mi domandavo, frequentando rapidamente con lo sguardo tutti i volti. “E dove sono? Santo cielo, sono nella foto? Sono in mezzo a queste persone? Sì, ma dove? O forse… forse l’ho scattata io questa foto e non sono presente.. .“. Ma erano solo fredde supposizioni, tanto più nauseanti quanto più le scoprivo irresolubili. Una maniacale impazienza mi faceva ribollire il sangue.
“Qual è la storia intrecciata in questa foto? Non lo saprò mai, Dio mio! Però.. .“. Guardavo con curiosità alcuni fra quei volti, come se li conoscessi — ma non ricordavo nulla di loro. Tiravo avidamente avide boccate alla sigaretta, mentre il fumo mi saliva davanti al volto. Provai a scrutare attentamente le facce di quelle persone, per cogliere intuitivamente i legami che intrecciavano la storia di una di esse a quella di un’altra e queste alla mia vita. Ma non potei ricordare. Dovetti solo immaginare.
“Se queste persone stanno insieme e se questa fotografia si trova qui in casa mia, ora, ci sarà una ragione! Ed io la scoprirò”. Così mi proposi risolutamente di fare luce su quella misteriosa fotografia e forse anche sulla mia vita. Così ripresi ad osservare attentamente quei volti, cercando anzitutto mia madre. Esitai doverosamente, da figlio, dinnanzi a figure incredibilmente belle, di una bellezza profonda che vive solo in quelle acconciature, in quegli abiti ampi e lunghi, in quegli occhi puri e ritrosi. Fui imbarazzato nella scelta; poi capii che quella straordinaria purezza non mi soddisfaceva. Mia madre non poteva essere bella; almeno non di quella bellezza; sebbene, credo, fosse la donna più bella, più perfetta fra tutti gli esseri umani.
Non riuscivo a risolvere in alcun modo l’enigma. “Maledizione, non avevo proprio nulla da fare prima di morire!” mi dissi. Ma proprio mentre pensavo queste cose, mi colpì l’immagine di una delle donne che figuravano nella fotografia. Era una donna diversa da tutte le altre e, in fondo, credo, neppure molto bella, anzi forse niente affatto bella, con le sue profonde e numerose rughe disegnate sul volto rigido e schernito dal tempo, con il naso deviato abbondantemente verso destra, le labbra raggrinzite e le orecchie lunghe e nere: ecco, quella era mia madre. Era proprio il suo quel corpo vigoroso e solido, sue erano quelle braccia robuste e tenaci, e quelle mani tarchiate e callose. Sì, era proprio mia madre.
Mia madre era stata un tempo una giovanetta rigogliosa e forte, che aveva dovuto misurare i suoi sogni di bellezza con la sincerità e la sporcizia della nuda terra, ficcare le dita tra le spine e i rovi, tergere la fronte sudata per la fatica con la manica sudicia… Eppure era così pulita, così unica davanti allo specchio, così pura nelle sue lacrime grondate sempre e solo nella profondità di un cuore ferito e mortificato dal dovere della sopravvivenza.
Delle sue trecce lunghe e nere e dei suoi occhi fermi nel penare e dolci nell’amare si dovette invaghire un giovane soldato che passava, in un giorno come tanti, fra quelle terre. Egli la prese e la portò via con sé. Ma lui dovette morire non molto tempo dopo, sicuramente prima che io nascessi, perché non lo conosco — no, non c’è nella foto. Mia madre, dunque, ancora molto giovane, rimase vedova, lontana da casa, e sola nella sua vita.
Dovette partorirmi da sola e poi lavorare per mandare avanti la famiglia, voglio dire noi due. Mia madre, sebbene ancora molto giovane, non si risposò.
Il suo lavoro fu duro e in pochi mesi il suo corpo, già robusto, si consolidò e si ingrandì. Le altre donne distinguevano i prosperosi seni dal grembo ritratto ed esibivano o lasciavano intendere gambe formose e caviglie lucide, lineari e sottili. Per mia madre era del tutto indifferente: non vi furono più interruzioni tra le sue mammelle smodate e il suo ventre esasperatamente gonfio. Le sua gambe divennero livide e su di esse si disegnavano fitte ragnatele sanguigne; le sue caviglie proseguivano il diametro delle voluminose cosce. Le sue mani si erano ingigantite e i suoi polsi avevano assunto l’aspetto di tronchi di querce. Era ingrigita, mi sembrava rugginosa e persino un po’ triviale nel suo scialle nero e precoce, nei suoi occhi sempre gonfi e nei suoi capelli arruffati e bigi.
Io ero piccolo, allora, indifeso, solo contro tutto il mondo già da allora, dunque! – e mia madre dovette difendermi, piegarsi su di me, rassicurarmi. Sentivo il calore acido del suo sudore e quell’alito acre e vomitevole che mi spirava sulla faccia, per impormi tranquillità. Non mi parlava quasi mai, mia madre, mi guardava soltanto per dare ordini, per comandare, perché io ubbidissi. Era intransigente, severa, di una severità ambiziosa ed incrollabile
A un certo punto dovette perdere il lavoro. Non si disperò, ne cercò semplicemente un altro. Faceva il mercato nero, ma certe volte, quando alcuni uomini nerboruti venivano a ritirare la merce, lei gliela dava in camera da letto. -. cioè tirava una tendina davanti alletto e sospirava, gemendo, per mezz’ora; poi-usciva, talvolta insanguinata. Ma alla fine lei era contenta, perché aveva vinto, aveva i soldi e ora si poteva finalmente sopravvivere. Imparai a credere che quegli uomini non soddisfacevano, in realtà, i loro desideri bestiali, perché andavano ‘a letto con un altro uomo, e ben più forte di loro. Mia madre faceva l’amore da “maschia”, costretta. ad amare e ad odiare allo stesso tempo lo stesso corpo, senza farsi sopraffare. Questa, era mia madre.
* * *
Aspirai profondamente dalla sigaretta, pensando che mia madre non dovette vivere felicemente.
Poi mi guardai attorno come riaprendo gli occhi dopo un sogno. Solo allora mi resi conto del disordine «apocalittico» che imperava nella mia stanza. Coperte arruffate, biancheria intima e sporca rovesciata sui pavimento, oggetti caduti dal comodino e frantumati in tante piccole schegge… E poi… una puzza, Dio mio! Era una puzza disgustosa, acida e dolciastra insieme, acre e acerba come il succo dei limoni verdi, piccante e bruciante come quella della candeggina. amara come il fiele e inebriante come l’aceto. Non potei fare a meno di contrarre il volto stomacato e di maledire ancora una volta la donna delle pulizie, quella malefica vecchia. Mi sembrava di respirare ancora il suo odore nauseabondo in quella puzza, me la vedevo ancora davanti, aveva deciso di non lasciarmi in pace, di torturarmi sino alla fine. Pareva che si nascondesse dietro quella tenda strappata o nell’armadio o sotto il letto; mi giravo ed eccola lì tra le lenzuola accanto a me! Provai a chiudere gli occhi, poi Ins1i di bere, ma mi ricordai che non c’era acqua. Così ripresi a guardare la foto.
Mi si parò dinanzi agli occhi l’immagine di una donna, che volli subito credere mia moglie. Non era molto anziana, sicuramente più giovane di me; ma il suo volto era estremamente raggrumato in una pelle invecchiata, consumata come da un grande dolore, oltraggiata e provata da una pena… Ciò che più mi colpiva di quella donna era un’aria rassegnata e stanca, insieme con quella chioma vistosamente scarmigliata e precocemente canuta L’abito trasandato ma ancora elegante la richiamava ad un nobile passato. Come era capitata nella mia vita?
Doveva essere una donna altolocata, figlia di non so quale gentiluomo di quegli anni. Quando ci incontrammo, lei stava compiendo i suoi studi. Credo che attendesse a questa attività con la svogliatezza pacata di chi intravede dietro la porta del proprio futuro tante possibilità di sicura realizzazione per sé. Per questo genere di persona basta solo scegliere, basta confermare più ostinatamente un proprio capriccio, uno fra tanti, uno qualunque, per regalare il paradiso ad un uomo e ucciderne tanti altri.
Dietro la porta di quella donna rispettabile e fieramente superba c’era scritto il mio nome. Però mi chiedo: quanti altri uomini patirono e morirono per questa sua scelta, cioè a causa di me, che ero stato coinvolto in quel suo triste gioco? D’altra parte, dovetti illudermi, se credetti per un momento di essere più fortunato degli altri, possedendo quella signora affascinante e aristocratica. Infatti fu piuttosto lei a possedere me.
A quanto pare, non doveva trattarmi molto bene. Credo che tutta la sua esperienza coniugale con me fosse volta ad una sadica, inspiegabile, maniacale ed illimitata affermazione di sé: la sua vita pronunciata ossessivamente dentro a quegli abiti sempre più numerosi e sempre più sgargianti. in mezzo a quegli orecchini, a quei bracciali, a quelle collane sfolgoranti e costosissime… Bè sì, alla fin fine credo proprio che non dovette prendere parte più di tanto alla mia vita e il nostro breve rapporto si consumò nella più pallida ed inflessibile indifferenza. Un solo effetto ebbe la sua vita dissoluta sulla mia: rovinò letteralmente tutta la mia economia. E questo per due ragioni: un po’ perché all’inizio io stesso fui piuttosto indulgente; e un altro po’ perché dopo fui così stupido o così innamorato – non ricordo bene – da non saperle dire di no.
D’altra parte, non avrei dovuto dire effettivamente niente: non era necessario. Avevo l’impressione che lei stessa si divorasse nel continuo esercizio dei suoi bisogni. Si abbruttiva giorno dopo giorno, diventava sempre più inquieta e sempre più ingorda, la bava dell’ insaziabilità le colava sulle labbra e perfino il sonno dovette stancarsi di lei e abbandonarla, impedendole così di sognare ulteriormente. Così rimase veramente sola.
Provò a consolarsi e a recuperare un po’ di se stessa fra le braccia di molti amanti. Ma, nonostante la sua breve soddisfazione, il godimento per la sua sfrenata lussuria e quel po’ di ebbrezza che ancora si poteva provare alla sua età, non dovette essere più felice, ormai che aveva concesso il suo corpo a tutti, disseminandone i brandelli tra i letti in cui aveva estinto così tristemente la sua sfrenata passione. Così, invece di ritrovarsi, si smarrì proprio fra quelle lenzuola, fra l’odore acre dell’amore appena consumato e un nodo alla gola per il suo dolore solo sospeso.
Ah, dimenticavo! Feci l’amore con quella donna una sola volta, tanto quanto bastò per regalarmi una figlia. Poi lei impazzì.
* * *
Da qualche secondo aveva cominciato a tormentarmi una tosse insistente e soffocante. Era come se una enorme massa di catarro si sforzasse ripetutamente di fuoriuscire; facevo di tutto per sostenere questo tentativo, ma il muco restava bloccato nella gola e mi faceva gonfiare le vene e diventare scuro.
Mi prese una specie di fremito convulso, come di impazienza, nel tentativo di rimandare giù quella schifosa roba oppure di vomitarla fuori. Ma mi sembrò per un attimo di perdere completamente il respiro. Avevo la bocca spalancata e gli occhi sbarrati, fra una ricerca disperata di un qualche sollievo e l’angoscia più profonda per ciò che inaspettatamente mi sarebbe potuto accadere. “Sono impreparato, non sono pronto, ancora un momento!..“imprecai sgomento, senza riuscire a pensare veramente a nulla. Fortunatamente la cosa si risolse bene: riuscii a vomitare sulle lenzuola un catarro carico di sangue. Poi reclinai sollevato il capo all’indietro: recuperai in pochi secondi il gusto di respirare, ma ci volle più tempo per farlo con una certa sicurezza.
Potevo ancora vedere quel disordine e quella sporcizia che mi abbracciavano e, sebbene la cosa fosse tremendamente ripugnante, ero felice! Si, ero proprio felice, forse per la prima volta nella mia vita!
Ma fu un lampo, un’illusione. Durò quanto mi ci volle per accorgermi che non c’era nessuno accanto a me con cui potessi condividere la mia gioia e questo pensiero mi fece scoppiare la testa per alcuni minuti.
Così tornai alla mia fotografia, cercando mia figlia. Anche lei doveva essere li e doveva portare in sé il segno di tutto questo sconfinato dolore umano. Perciò non poteva che essere quella ragazza, sì, proprio quella ragazza che appariva ai margini del gruppo affollato, distaccata, lei, sola, da tutte le altre persone.
Mia figlia era bellissima e la cosa più straordinaria di lei era che questa bellezza si pronunciava in silenzio, nell’umiltà dei suoi lunghi capelli neri e nella profondità di quegli occhi sempre un po’ insicuri, un po’ timidi, un po’ ritrosi, e capaci, però, di conquistarti in un attimo. Aveva il capo leggermente reclinato in avanti e le splendide labbra aperte in un timido e semplice sorriso, che quasi voleva esprimere tutta la sua felicità ed una infinita serenità d’animo; ma veniva arrestata sulla soglia di questo tentativo, riuscendo soltanto a mascherare, dietro quella tranquillità coinvolgente, un dolore profondo e sconfinato come soltanto sa essere il cielo infinito nella notte buia, senza stelle. Credo di non aver mai incontrato una malinconia più struggente e dolorosa di mia figlia.
Sembrava volersi difendere dal mondo intero, rannicchiata com’era nella sua semplice giacca; eppure quel bagliore strano e sincero nei suoi occhi la votava ad un amore incondizionato verso il suo prossimo, chiunque egli fosse. “La sua ingenuità la consegnerà nelle mani dei suoi aguzzini” continuavo a ripetermi addolorato per il suo destino e sorpreso per questa sua incredibile gioia. Avrei voluto intervenire nella foto, feci anche un segno con la mano per portare di qua quella creatura indifesa eppure così sicura, e abbracciarla, per sentire il suo fiato, perché il calore di una sua carezza solidale confortasse e sollevasse queste mie membra stanche, paralizzate e agonizzanti.
Invece mia figlia restava li in balia dei suoi nemici. Sì, lei aveva molti nemici, li aveva avuti, li avrà… Lei andava molto bene a scuola, era bravissima, era una ragazza estremamente intelligente; ma aveva avuto tre sfortune: una madre pazza, il fatto di essere figlia unica, la sua straordinaria pacatezza, cioè la sua inossidabile volontà di amare. All’infuori di questi tre difetti era perfetta, sarebbe stata perfetta, sarebbe stata felice! Invece tutti si accorsero della sua debolezza, della sua fragilità – quella stessa che la rendeva così sicura di sé, così matura, così donna in ogni momento – e la disprezzarono, la tradirono, la invidiarono e la calunniarono, ma non le aprirono mai il loro cuore.
E lei, lei, la mia povera bambina, dovette sopportare per tutta la vita la infernale frustrazione di amare e di non essere amata, di accogliere e di non essere accolta, di far gioire e di non essere felice. Lei fu sempre sola, diversa, respinta; cercava la verità nei rapporti con gli altri e vi trovava la menzogna. – Ma tutto questo che importanza poteva avere per una creatura così diversa da me, così lontana dalla mia obbrobriosa e ripugnante cattiveria? Che importanza potevano avere per una persona capace solo di perdono – di un perdono snervante, insostenibile, è vero! – la cattiveria, l’odio, il disprezzo di un essere sempre, comunque e soltanto da amare con tutta se stessa? Amarlo dopo ogni oltraggio, amarlo dopo ogni sputo vomitatole sul corpo, amarlo dopo tutto… Amare ogni uomo in tutto e per tutto… Non poteva fare altro che amarlo. Sempre così ammansita, silenziosa, pensierosa, forse preoccupata anche lei di sapere se fosse più infinita la sua dolcezza o sconfinato il suo dolore; o forse, più semplicemente, impegnata a vivere e ad amare a dispetto di ogni tradimento, pronta a rialzarsi dopo ogni caduta, lesta ad offrire l’altra guancia ad ogni persona; laddove l’amore si faceva senso di una esistenza; laddove un volto così bello e così vero si trasfigurava in una icona di santità purissima e sconvolgente.
Confesso che tutto ciò provocava in me una sensazione strana, indescrivibile. Una certa irrequietezza d’animo, un turbamento profondo e immedicabile, vi dirò: quasi un’ardente gelosia ed una rabbia enorme, da farmi scoppiare la testa. Sì, perché avrei voluto anch’io per me quell’amore capace di cominciare sempre daccapo dopo ogni silenzio, quell’amore desideroso di accompagnarti lungo il tragitto impervio e vacillante della tua breve e misera esistenza. Quell’amore capace di accoglierti così come sei e proprio perché sei ciò che sei. Quell’amore così totale, da rendere anche te capace di amare nonostante la tua meschinità, precipitata per chissà quale orrido e sarcastico caso su questa valle già troppo colma di lacrime, per trovarne un secchiello da versare anche su dite. Quell’amore, ultimamente, capace di regalarti persino un sollievo e – chissà – una speranza quando i tuoi occhi stanno per chiudersi e il respiro ti viene meno. Sì, avrei voluto anch’ io quell’ amore, l’avrei voluto, lo vorrei qui, ora, accanto a me.
Tutto, il dolore come l’amore, erano impressi su quella fotografia ed in essa io vidi, come in uno specchio, la mia vita.
La sigaretta si era consumata e il portacenere era caduto a terra, prima, e si era rotto; perciò schiacciai la sigaretta sul pavimento e la lasciai li.
Provai a deglutire, ma avvertii una pesantezza gonfia, che mi stringeva la gola: era come una massa enorme addensata lungo il collo, che ostruiva il passaggio della saliva. Fallii il tentativo un paio di volte; poi decisi di sputare la bava accanto alla sigaretta.
Osservai il pavimento con una certa tristezza. “Mia moglie non lo pulirà” pensai rassegnato.
Poi mi passai una mano lungo il collo, accarezzandolo a più riprese. Mi venne quasi da ridere. “Ho il mal di gola, perdio! Ho il mal di gola proprio come un bambino, ho il male di un bambino, ho il male del più comune, volgare, stupido bambino, e invece è la morte!”.
Quasi avevo dimenticato, guardando quella fotografia, che io stavo morendo. Stavo morendo. Che cosa può significare tutto questo? Guardai per un attimo tutto quello che mi circondava: gli oggetti, il disordine, quella candela sul comò… Tutto sarebbe sparito, niente sarebbe più esistito: oppure io non l’avrei mai più rivisto. Perché mi spaventava questo? “Smetterò di soffrire e non avrò coscienza di nulla… Perché dunque la morte mi turba, mi angoscia, mi fa scoppiare la testa perché non ho potere su di lei e non posso fare nulla per controllarla, per fermarla e vedo che lei avanza, ora un passo, ora un altro, ed io sono fermo qui e la vedo arrivare e vedo il suo volto imputridito che mi schernisce e si fa beffe di me, mentre lei dimena i fianchi come una grassa puttana che faccia quel che faccia ormai soltanto per abitudine, senza provare un gemito di piacere…? Perché non trovo pace? Ah, perché, perché tutto questo mi angoscia? Perché non voglio che avvenga? Tutti gli uomini muoiono, prima o poi e non siamo forse tutti uguali? Sì, ma perché moriamo? Io non voglio! E sento questa vita che mi sugge, che se ne va… E che importanza può avere ciò se questa esistenza si è consumata soltanto per sé? Chi mai mi ricorderà, chi avrà pietà di me? Io voglio vivere, io voglio vivere! E qui non c’è nessuno che mi ascolti?”.
Mi guardai attorno smarrito, esterrefatto. -. Non c’era nessuno, non c’era proprio nessuno! “Dov’è mia madre? Dov’é mia moglie? E mia figlia! Dov’è mia figlia? Figlia, figlia mia! Mamma! Ah!” Gridai dentro al cuore. “Ma perché non c’è nessuno?”. La donna delle pulizie! Sì, dov’era? Come si chiamava? “Ah, non ricordo più il suo nome, accidenti!”. «Signora! Signora!» mi misi a gridare, ma la voce riusciva fioca, soffocata. «Signora!» gridai ancora disperato, protendendo il corpo fuori dal letto.
Nessuno mi rispose. Ascoltai quel terrificante silenzio per qualche minuto, sempre in attesa, ingenuamente fiducioso in una risposta. Ma non c’era veramente nessuno. Mi vinse un’inconscia e irrefrenabile sottomissione a questa realtà: la casa era semplicemente vuota.
Tornai a guardare la fotografia. I volti di mia madre, di mia moglie, di mia figlia mi guardavano freddi, fissi, impassibili. I loro occhi incontravano i miei ed ebbi l’impressione della più agghiacciante indifferenza. Questa sensazione mi turbò profondamente, mi sconvolse, mi addolorò. Per un momento decisi di vergognarmi perfino di questo lurido sentimento, tanto più inutile quanto più nessuno avrebbe potuto comprenderlo. Sì, perché era semplicemente ridicolo che mi addolorasse l’assenza di altre persone, specialmente di quelle più care, voglio dire di quelle della mia vita; che questa assenza addolorasse me, che avevo votato la mia esistenza alla solitudine più completa; me, che avevo costruito la mia vita per essere sufficiente a me stesso.
Ecco il mio progetto, ed ora? Tutto questo mi bastava? No, non mi bastava e non mi bastava neppure più che mia madre, mia moglie, mia figlia mi guardassero solo così distanti, soltanto da quella foto, non mi bastava più la mia idea di loro… Avevo bisogno della loro presenza, avevo bisogno del loro volto… Ma loro non c’erano ed in un minuto-compresi quanto questa affermazione fosse la più semplice e la più terribile, la più reale e la più mortificante!
Questa vita era passata inosservata ed ora nessuno la vedeva morire. Compresi che il problema, a questo punto, era capire chi io fossi; ma compresi anche l’immane, imperdonabile ritardo con cui si presentava questa domanda. Ormai non aveva più alcun senso porla perché non c’era più tempo per recuperare; e quando anche ci fosse stato almeno il tempo di rispondere, dopo averla formulata, allora avrei capito che la mia vita non aveva più senso ed io non avevo più… il diritto, sì, proprio il diritto… o la certezza… per pronunciare, insomma, proprio quella parola più cara e difficile, per dire semplicemente: “Io”.
E nonostante la vita si mostrasse ora come il più squallido e raccapricciante inferno che il diavolo abbia potuto mai allestire per noialtri dannati, non si esauriva dentro di me l’irriducibile rassegnazione alla volontà di esistere, di vivere ancora. Si, questo era certo, questo era vero e su questo non potevo mentire: “Io voglio vivere e non voglio morire”, sebbene questa volontà non abbia senso e sia fondamentalmente inabile ed inefficace, perché essa non può realmente pronunciare il suo verdetto sul destino di alcun uomo. Le cose non vanno sempre come vogliamo noi e quand’anche ciò accadesse, non sarà certo perché siamo noi a volerlo.
Io, dunque, avevo scelto di cancellare gli altri ed ecco tutto il miserabile frutto della mia libertà, ecco quanto era imperdonabile per me questa esistenza! Ecco tutto il significato della mia vita! Ecco perché né mia madre, né mia moglie, né mia figlia sono qui ora! Ecco perché nessuno è presente adesso, ecco perché non c’è nessuno con me! Volevo amare esclusivamente ed ho escluso tutti dalla mia vita! Ed ora chi mi salverà? * * *
Ora sembrava tutto davvero finito, tutto era compiuto… Conclusi che non avrei mai saputo chi fossi. “Forse, però” mi dissi “è stato meglio così, così potrò immaginarmi non uno soltanto, limitato; non un uomo finito. Se non saprò mai chi definitivamente io sia, allora io sarò tutti e nessuno, io sono e non sono, il mio volto è davvero a immagine e somiglianza di quello di Dio”. Furtivamente e forse istintivamente intrecciai un segno di croce. Avevo dimenticato questo gesto, era tanto tempo che non lo facevo e mi stupii. Ricordai che anche Dio era morto, era stato appeso ad una croce.
Riconobbi il suo volto sfigurato, il suo corpo livido e macilento, le sue gambe magre e già pallide come il lenzuolo che lo avrebbe raccolto nel sepolcro. Ricordo che la puzza che emanava il suo corpo agonizzante era disgustosa, toccava le viscere, era già puzza di decomposizione, era già l’odore dei cadaveri. Ricordo che quell’uomo aveva perdonato a tutti, anche a quelli che lo inchiodavano a quel legno e che quel Dio aveva chinato il capo quasi per chiedere scusa a tutti gli uomini di avere accettato il rischio, di avere improvvisato quel suo progetto di salvezza, di avere alla fine così miseramente ed imperdonabilmente fallito.
Ricordo che nelle ultime ore gli tenni la mano e ricordo che questa mano era fredda e che io mi illusi all’inizio di poterla riscaldare, tenendola fra le mie, perché non avevo capito che stava realmente morendo; e che però non vi riuscii, non riuscii ad impedire che quella mano si raffreddasse per sempre. Ricordo che nell’ultimo istante sbarrò gli occhi e mi guardava ed io credetti pure che lui mi guardasse; ma quello sguardo, che in vita aveva fissato tanto uomini e, fissandoli semplicemente, era riuscito ad amarli, era ora troppo fisso su di me perché io potessi capire se veramente esso mi guardasse, per capire se amasse ancora, come una volta.
In realtà Lui, come me, era lì bisognoso di perdono e, per quanto tutti ricevettero in vita il suo, ora nessuno voleva accordargli il proprio, perché Lui, il Salvatore, Lui, Dio, Lui, l’Onnipotente, proprio Lui moriva. Ricordo che gli misi una mano davanti alla bocca, dopo l’ultimo fremito nervoso della sua faccia: ed ecco la mia mano restava asciutta, non provava il fastidio supremo dell’alito altrui. La mia mano restava lì, ferma, paralizzata, non meno immobile di quel corpo di Dio bloccato dall’ultimo infarto, schiacciato dal peso della morte. E se tre giorni prima tutti avevano assistito allo spettacolo della sua morte, tre giorni dopo nessuno lo vedeva risorgere, perché lui risorgeva discretamente, di notte, ed io continuavo a restare dannato… Come faccio a credergli, quantunque Dio solo sa quanto lo voglia, come faccio a credere a lui e a tutti gli altri? Come faccio a credergli se io sono ancora dannato, se c’è ancora un infelice, se qui agonizza un disperato, se c’è ancora il dolore e se io continuo a morire, dimenticato dagli altri e dal mio Dio?
Mi prese una rabbia enorme contro di lui. In fondo, non era forse il responsabile della mia morte? Chi altri avrebbe potuto risparmiarmi quest’ora o almeno regalarmene in vita una di vera felicità? Chi è che aveva deciso che io esistessi? Chi ha voluto tutto questo?
C’era una penna sul comodino. La presi. Decisi di scrivere una lettera a Dio, con il fermo proposito di fargliela pervenire l’indomani e con la segreta speranza che non fosse già troppo tardi. Così scrissi dietro la fotografia:
«Dio, quanti altri non sono perché ci sei tu, che sei assolutamente l’essere? Perché proprio tu, Dio, e non altri? E perché tu e non il tuo contrario? Chi è il tuo contrario? perché io possa sapere chi sei tu! Sei tutto ciò che è fuori, sei tutto ciò che è altro da me? E dov’è questo fuori, chi è questo altro? Ti ho cercato, Dio, e per cercare te ho perso tutto il resto e, soprattutto, tutti gli altri: mia madre, mia moglie, mia figlia… Perché tutto questo, Dio? Perché ti nascondi, perché ti riveli? Dove fuggi lontano dalla mia presenza? Il tuo volto, o Dio! Se io potessi almeno vedere il tuo volto o udire una tua parola! Chi sei, in nome di Dio, chi sei? Perché non ti mostri e perché non parli? Perché mi fai questo, o mio Dio, perché il tuo nome mi tormenta? Mi hai schernito fino alla nudità del mio io più misero e insufficiente, quello che è così solo da essere semplicemente “io”, mi hai reso inviso agli occhi dei miei cari e ora mi fai morire così miseramente… Perché, dunque? Ho forse attentato alla tua potenza? Sarebbe un vanto per me! O mi punisci perché sono un verme di terra? Oppure perché mi ami? Ah! Se ciò fosse vero, se è così che tu mi ami, allora è terribile, mio Dio, perché non potrò sfuggire al tuo amore, non è in mio potere non essere amato da te Ma se questo è il tuo amore, allora io lo odio e odio anche te, per quanto incredibilmente tu sia mio Dio. E dato che sei il solo a poterlo fare – a te tutto è possibile -, nell’ultimo slancio di fede io ti prego, io prego te, mio Dio: vattene via e non farti mai più vedere né tanto meno desiderare, va’ fuori, sii fuori dalla mia vita. E se ciò non sarà possibile, neanche se tu lo volessi, allora non sei davvero onnipotente, mio Dio, e non hai il diritto di spacciarti per ciò che sei; non hai il diritto di tormentarmi. Perché ormai è un miracolo se tu esisti, mio Dio. Anzi, ti dirò: tu sei soltanto assente, tu sei sconfitto, tu sei morto… e non ritornerai mai più. Perché tu non esisti, mio Dio».
Ora, dunque, la morte è la fine e la fine è la morte.
* * *
Mi scosse un suono violento, elettrico, rauco, una musichetta triviale in quell’ora così inopportuna… Rabbrividii. Era suonata la mia ultima ora! mi diedi a cercare affannosamente con lo sguardo la fonte del fastidio, mentre il rumore raddoppiava e non mi dava tregua, proseguendo la sua corsa verso la conclusione dell’orrida sinfonia già intrapresa… ed io cercavo, cercavo… Ah!, ecco! Avevo individuato una sveglia sull’altro comodino. Si, era quella! Mi precipitai con il corpo sull’altro materasso, allungai le braccia, afferrai l’apparecchio e lo scaraventai a terra, frantumandolo totalmente.
Ma il suono non cessò ed io inorridii. Fui bloccato, rimasi in attesa, non seppi muovermi. Ora tutto era realmente così compiuto che non ebbi neppure il tempo di pensare che ero ormai un uomo finito. Quel suono non cessava.
All’improvviso mi scossi e riuscii a capire che era il telefono che squillava. Dapprima fui più sollevato, poi fui addirittura contento: mi era concessa ancora una opportunità, potevo ancora parlare con un uomo. Giurai che, chiunque fosse, gli avrei chiesto perdono, perdono per tutto il male che avevo compiuto verso di lui e verso tutta l’umanità; e lui, ne ero certo, mi avrebbe perdonato ed io, a differenza di Dio, sarei riuscito ad ottenere il perdono di tutta l’umanità.
Sollevai avidamente la cornetta e la portai all’orecchio. «Sì, pronto?».
Attesi qualche attimo, ma non mi rispose nessuno.
«Pronto?» ripetei l’invito. – Si udiva soltanto un respiro frammentato, affannato, appena sussurrato, come un alito, come un lieve mormorio, come un soffio dolce e leggero.
«Si, pronto? Ho detto pronto!» insistetti spazientito. «Eccomi, sono qui!».
Niente. Alla fine sentii agganciare la cornetta. Rimasi qualche secondo ad ascoltare il segnale di fine comunicazione. Poi mi rassegnai e riattaccai anch’io.
Diedi un’occhiata alla candela: da un momento all’altro si sarebbe spenta. Ero molto stanco. Raccolsi le coperte e mi rannicchiai in quelle, coprendomi finanche il capo, come facevo da bambino quando avevo paura del buio; non di qualcosa, non di qualcuno. Soltanto del buio.
Avevo la fotografia sul petto. La candela si spense. Rimasi in attesa.
A.ntonio Piemontese

